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Il metodo mimico di Orazio Costa Giovangigli

 

 

Nel periodo in cui nella storia del teatro italiano sono state gettate le basi di un rinnovamento della scena nazionale, dagli anni trenta ad oggi, è nata un’attenzione speciale verso la pedagogia dell’attore, con qualche ritardo rispetto al panorama europeo (per esempio in Russia il sistema di Stanislavski, che poi tramite Stella Adler e Lee Strasberg influenzò anche il “method acting” negli Stati Uniti)

 

In questo contesto s’inserisce il lavoro e la poetica di Orazio Costa, cioè da quando Silvio D’Amico mandò il giovane Costa in Francia a perfezionarsi con il maestro Jaques Copeau. È da questo incontro che Costa svilupperà le basi, teoriche e pratiche dell’educazione dell’attore, di quello che poi sarà il metodo mimico.

 

«Un teatro nuovo richiede un attore nuovo ed è per questo, fin dall’inizio, che ho portato ogni mio sforzo sull’istruzione dell’attore. Voi conoscete la battuta di Eleonora Duse, che affermava che per salvare il teatro bisognava uccidere gli attori. E sapete anche che Gordon Craig pensò di risolvere la questione eliminando l’attore dal suo teatro dell’avvenire per sostituirlo con la marionetta. La nostra personale ambizione è di educare una generazione di artisti del teatro che sarebbero iniziati alla loro arte fin dalla più tenera età e riceverebbero, nel teatro, niente affatto quell’allenamento esclusivamente tecnico che li deforma e li snatura, ma un’educazione completa che svilupperebbe armoniosamente i loro corpi, il loro spirito e il loro carattere di uomini». (J. Copeau)

 

Questo l’auspicio per la rinascita d’un teatro funzionalmente e organicamente popolare, rappresentazione d’una umanità ricostruitasi intorno ad una fede liberata.

 

costa Orazio Costa con Nino Manfredi.

 

La mimica è un processo di lavoro che si basa sul fatto che l’uomo ha come facoltà proprio tipica, primaria di reagire  di fronte alla realtà con l’adeguamento di tutto il proprio essere, fisico e spirituale, tanto da divenire la realtà. Fin nei primi giochi del bambino, l’uomo si immedesima, si trova questa spontanea immedesimazione nella realtà che – nel bambino, come dopo nel danzatore e nell’attore stesso – impegna tutto il fisico; quindi credo che sia giusto far riscoprire, in fondo a tutti, ma particolarmente all’attore, questo atteggiamento ed esaltarlo con la prosecuzione del gioco infantile fino a delle zone che non sono normali, ma che sono pienamente godute dall’individuo a qualunque livello, anche senza pensare a una realizzazione scenica». (O. Costa)

 

Quindi Il metodo mimico è fondato sull’ipotesi di una innata virtù mimesica presente nell’uomo, grazie alla quale egli tende a trasformare i propri atti e ritmi in analogia coi fenomeni della realtà dei quali si investe fino ad immedesimarvisi. Quest’attitudine  presente in quasi tutta l’attività infantile (specie nel gioco spontaneo) rimane latente lungo tutta l’esistenza, pronta a presentare nuove e saltuarie manifestazioni in occasione di particolari stati emotivi, soprattutto in personalità a forte componente creativa. La mimica, quindi, è una natura istintiva.

 

Per oltre trent’anni il metodo mimico ha portato i suoi frutti negli attori e nei registi dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, facendoli conoscere attraverso incontri, convegni, seminari in Francia, Belgio, Olanda e in molti altri Paesi.

 

Tra il 1985 e 1988, si è avuto per tre anni l’esperimento di una scuola di formazione di attori a Bari, basata su diverse estensioni dello stesso metodo senza alcuna compromissione con altre discipline che potessero snaturarne la rigorosa originalità dei fondamenti. Conseguenza organica suggerita da tale metodologia è la sua applicazione alla poesia, e non solo, attraverso specifici esercizi collettivi che vanno a formare la base per lo sviluppo espressivo del coro mimico.

 

l’attore invitato a proporre la propria partecipazione ad una interpretazione corale, appena ne realizzerà l’apertura alla fantasia, alla polifonia, ai repentini cambiamenti di tutte le variabili della sua voce, moltiplicherà la dominata esuberanza del suo dire; e sia per divenire coro o sia solo per evocarlo, entrerà in un clima d’invenzione che ridarà dignità alla libera monodia, perché ne avrà colto la disponibilità a esplodere in  polifonia, nella infinita varietà di tutti quegli artifici a cui può dedicarsi, immaginandosi fonte, zampillo, sgorgo e fontana di una molteplicità di cui già sentendosi figura non potrà non aver voglia di divenire effettiva immaginemolta poesia lirica è coro; tutti i grandi drammi vivono un’aura di coralità che non sarebbe ingiusto ristabilire effettivamente”.  (Orazio Costa) 

 

Poi chi pinge figura se non può esser lei
non la può porre; onde nullo dipintore
potrebbe porre alcuna figura se intenzionalmente
non si facesse prima tale quale la figura esser dee.”
(Dante, Convivio)

 

 

                        Marcello Prayer

 

 

 

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